Sedilis
Sedilis LocalitàSedilis, frazione collinare sopra la Val Torre, comune di Tarcento. AccessoDal centro di Tarcento si sale in auto verso il Monte Bernadia seguendo le indicazioni per Sedilis. La strada attraversa le borgate principali, con alcuni punti dove è possibile sostare. Cosa puoi farePasseggiare tra le borgate e le corti, leggere nel paesaggio muretti a secco, filari e castagneti, visitare la chiesa di Santa Giuliana e i capitelli votivi, imboccare i sentieri che salgono verso il crinale della Bernadia e i punti panoramici sulla Val Torre e sulla pianura. Sedilis non è un unico paese ma un insieme di borgate e corti sparse su dorsali e terrazzi, sopra la sponda destra della Val Torre. Le case seguono le linee di cresta più che il fondovalle: piccoli nuclei di abitazioni in pietra, stalle e fienili, orti, muretti a secco. Da qui la Bernadia è vicinissima, la valle si vede dall’alto e, nelle giornate limpide, la pianura friulana compare in fondo, come un orizzonte più lontano. Un po’ di storia Le origini delle “ville” di Sedilis affondano nel sistema delle comunità slave della Val Torre, attestate già in età medievale. Per secoli qui si è parlato uno sloveno locale, accanto al friulano, e ancora oggi i toponimi conservano questo doppio strato linguistico. Tra Sei e Settecento le borgate si consolidano: case in pietra, piccoli cortili, la chiesa di Santa Giuliana con il campanile seicentesco come riferimento. L’Ottocento e il Novecento portano emigrazione e spopolamento, ma anche una nuova lettura del luogo: Sedilis diventa uno dei balconi naturali più interessanti sulla Val Torre e sulla Bernadia, meta di camminatori e ciclisti. Borgate e paesaggio Sedilis è un mosaico di nuclei abitati collegati da strade strette e sentieri, corti chiuse, case a schiera, ballatoi in legno, tetti in coppi. Intorno, un paesaggio rurale collinare ancora leggibile: Muretti a secco che disegnano i terrazzamenti, n vecchi filari e gli spazi delle antiche vigne e dei campi, ncastagneti e piccoli prati con visuali sulla valle e sul Monte Bernadia. Il modo migliore per conoscere la frazione è camminare tra i nuclei: lasciare l’auto nei punti consentiti, percorrere le strade secondarie e i sentieri che collegano corti, capitelli, chiesa e boschi. I percorsi non presentano difficoltà tecniche, ma hanno pendenze e tratti su fondo naturale: servono scarpe adatte e un minimo di abitudine alla camminata. Sedilis è un buon punto di partenza anche per escursioni più ampie verso il Monte Bernadia e le altre frazioni alte della Val Torre. I sentieri che salgono sopra le case portano verso il crinale della Bernadia e si collegano alla rete escursionistica della Val Torre. Luoghi di riferimento Nel sistema sparso delle borgate, alcuni punti fanno da “ancora”: la chiesa di Santa Giuliana, con il campanile seicentesco visibile da lontano. I capitelli votivi lungo le strade e i crocifissi di borgata. I percorsi verso la Bernadia, usati da generazioni per spostarsi tra paesi, pascoli e boschi. Le feste di Santa Giuliana, Santa Lucia e della Madonna della Pace scandiscono ancora l’anno della comunità, mantenendo vivo il legame tra le borgate e il loro territorio. Informazioni Sedilis si raggiunge in auto dalla conca di Tarcento salendo verso la Bernadia; la strada corre lungo il versante e tocca le diverse borgate. Il modo migliore per conoscere la frazione è camminare tra i nuclei: lasciare l’auto nei punti consentiti, percorrere le strade secondarie e i sentieri che collegano corti, capitelli, chiesa e boschi. I percorsi non presentano difficoltà tecniche, ma hanno pendenze e tratti su fondo naturale: servono scarpe adatte e un minimo di abitudine alla camminata. Sedilis è un buon punto di partenza anche per escursioni più ampie verso il Monte Bernadia e le altre frazioni alte della Val Torre.
San Pietro

Il Duomo di San Pietro Apostolo è la chiesa più antica e più stratificata di Tarcento e forse la più sorprendente. Le sue origini risalgono al V secolo, quando sorgeva qui una piccola chiesa paleocristiana.
I Tomâts

I Tomâts Associazione i Mascarârs di Tarcint Questo gruppo di volontari è il cuore pulsante della tradizione. Organizzano simposi di intaglio (spesso intorno all’Epifania) dove è possibile vedere le maschere nascere in diretta sotto i colpi di scalpello. www.tomats.org Se il Carnevale veneziano è seta e mistero, quello di Tarcento è legno, sudore e satira graffiante. Qui, lungo le sponde del Torre, la tradizione non si indossa semplicemente: si scolpisce. Protagonisti assoluti sono i Tomâts, le maschere lignee che da oltre un secolo rappresentano l’identità profonda di questa terra friulana. Storia e Dialetto Il termine Tomât affonda le radici già dal Duecento, indicando genericamente la maschera facciale. Tuttavia, la tradizione come la conosciamo oggi si è consolidata tra le due guerre mondiali, legandosi a una civiltà rurale che, finita l’Epifania e spenti i fuochi dei pignarûl, celebrava il Carnevale come momento di libertà e rovesciamento sociale. L’Arte del Mascheraro Creare un Tomât richiede pazienza. I Mascarârs (gli artigiani locali), utilizzano legni teneri e profumati, prediligendo il cirmolo (pino cembro) o il tiglio per la loro lavorabilità e resistenza alle fessurazioni. La Scelta Il pezzo di legno deve essere privo di nodi per permettere colpi di sgorbia netti. L’Intaglio Con maestria, il mascheraro scava i tratti: nasi adunchi, rughe profonde e sorrisi grotteschi che richiamano i personaggi della vita di borgo. La Finitura Alcune maschere mantengono il colore naturale del legno, altre vengono dipinte con colori vivaci per accentuare l’espressività teatrale. Tomâts e Strîts Indossare un Tomât significa diventare un altro. Durante i giorni di festa, i figuranti mettono in scena gli Strîts: brevi scenette satiriche recitate nelle osterie e nelle piazze. Sotto la protezione del volto di legno, i paesani possono canzonare i potenti, le autorità locali o commentare i fatti salienti dell’anno trascorso senza timore di ritorsioni, mantenendo viva una funzione sociale tipica dei carnevali. Cjase dai Tomâts Un tempio dell’identità locale, dove sono esposti esemplari storici e manufatti che mostrano l’evoluzione stilistica dei mascherai. Patrimonio da Salvare I Tomâts sono un patrimonio culturale che l’amministrazione regionale e locale protegge attivamente per evitare che la sapienza dei vecchi maestri vada perduta. Visitare Tarcento durante il Carnevale significa immergersi in una “stagione creativa” dove nuove leve di intagliatori portano avanti una tecnica millenaria, rendendo ogni maschera un pezzo unico e irripetibile. Associazione i Mascarârs di Tarcint è il cuore pulsante della tradizione. Organizzano simposi di intaglio (spesso intorno all’Epifania) dove è possibile vedere le maschere nascere in diretta sotto i colpi di scalpello. tomats.org Miti e Verità dei Tomâts In ogni colpo di sgorbia dei mascherai tarcentini risuona un’eredità di storie sussurrate: verità che affondano le radici nel passato misterioso del Friuli. Il Respiro nel Legno Si narra che le maschere più antiche fossero “gusci” pronti a ospitare gli spiriti della natura. Secondo la tradizione, il mascheraro doveva scegliere il legno di cirmolo o tiglio rispettando le fasi lunari: solo così la maschera avrebbe potuto “respirare” e proteggere chi la indossava, rendendolo invisibile agli occhi degli spiriti maligni che vagano per il paese nei giorni di Carnevale. L’Eclissi dell’Identità Il Tomât ha il potere di trasformare l’anima. Si racconta che se un figurante indossa la maschera con cattive intenzioni o per troppo tempo oltre il Martedì Grasso, il volto di legno possa “aderire” alla pelle, rendendo il travestimento permanente. È un monito antico sul rispetto dei tempi rituali e sulla sacralità del rovesciamento sociale che il Carnevale rappresenta. I Custodi delle 7 Colline A Tarcento, le maschere sono associate ai “Guardiani dei Borghi”. Si racconta che ogni frazione avesse un proprio Tomât protettore, scolpito con le sembianze di un antenato o di una creatura del bosco. Durante le sfilate, l’incontro tra maschere di borghi diversi diventava un rito per garantire la fertilità dei campi e la concordia tra le comunità per l’anno a venire La Satira come Esorcismo Più che una leggenda, una convinzione radicata: il Tomât ha il potere di “dire il vero”. Indossando queste maschere grottesche, i contadini potevano esorcizzare le sventure e le ingiustizie subite durante l’anno. La maschera fungeva da scudo magico: le parole pronunciate sotto il legno non appartenevano all’uomo, ma allo spirito del Carnevale, rendendo la satira immune da ogni punizione terrena. “Il legno non dimentica ciò che l’uomo ha smarrito. Vieni a Tarcento, ma ricordata: non siamo noi a scegliere la maschera, è la maschera che attende il momento di svelare la tua vera anima.
San Biagio

San Biagio LocalitàAprato, frazione di Tarcento AccessoLa chiesa si trova lungo la strada che collega Tarcento a Magnano in Riviera; il sagrato è leggermente rialzato rispetto alla carreggiata e la torre campanaria è ben visibile arrivando dal fondovalle. ContestoL’edificio appartiene al sistema delle chiese storiche legate alla pieve di San Pietro e alla stagione della ricostruzione successiva al terremoto del 1976, quando il progetto di Leonardo Miani riprende le forme documentate nel corso dei secoli. Per orari di apertura visite guidate e celebrazioni si può fare riferimento alla parrocchia di San Pietro Apostolo di Tarcento. La storia della chiesa di San Biagio affonda nel Medioevo. Nel 1313 i documenti parlano di una chiesa dedicata a Tutti i Santi, piccolo edificio rurale legato alla pieve di Tarcento. Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento l’edificio entra in una lunga stagione di lavori che culmina nel restauro completo successivo al terremoto del 1511. Nel Seicento la dedicazione passa a San Biagio vescovo e martire, figura molto vicina alla devozione popolare. Nel 1912 un ulteriore intervento amplia la chiesa con l’aggiunta dell’atrio frontale. Il terremoto del 1976 provoca il crollo quasi totale dell’edificio; tra il 1987 e il 1990 la chiesa viene ricostruita su progetto dell’architetto Leonardo Miani di Udine, riprendendo le forme storiche e restituendo ad Aprato il suo luogo di riferimento liturgico. Nel 2008 la torre campanaria viene restaurata, completando l’insieme con un segno verticale riconoscibile lungo la valle. Architettura esterna San Biagio è una chiesa ad aula unica orientata, con presbiterio rettangolare profondo di volume più contenuto rispetto all’aula e due corpi laterali bassi che ne completano il profilo. Il sedime risulta rialzato rispetto alla strada e sottolinea l’ingresso al recinto sacro. Discosta dalla chiesa, la torre campanaria si alza come elemento autonomo, in dialogo con il paesaggio di Aprato. Il fronte principale è preceduto da un pronao profondo, timpanato e ribassato, definito da un muretto di basamento che corre su tre lati. Su questo basamento si impostano quattro colonne frontali binate e due laterali; una gradinata di sei alzate accompagna alla soglia, creando una salita lenta verso l’interno. Dietro il pronao la facciata a capanna si presenta con un portale in pietra, incorniciato da due finestre rettangolari, e un semplice cornicione perimetrale che conclude il volume con una linea netta. Architettura interna L’interno si sviluppa in aula unica, ampia e regolare, coperta da tetto ligneo a capriate che resta a vista e costruisce lo spazio con un ritmo deciso. Le pareti sono tagliate a metà da una sottile linea marcapiano in sottosquadro; sopra questa linea si aprono due finestre rettangolari per lato, che portano luce naturale alta e diffusa. In fondo all’aula, la parete che introduce al presbiterio ospita due piccole nicchie con statue, come segni di devozione incastonati nel muro. Il presbiterio si distingue per forma e trattamento. Il volume, più stretto e profondo, è coperto da volta a botte e si differenzia dall’aula per la bicromia tra superfici, oltre che per la lunetta di fondo in cui si aprono cinque oculi allineati. L’area è articolata in due livelli: il primo rialzo, di due gradini, accoglie l’altare celebrato; un secondo salto di tre gradini conduce all’altare storico, collocato in posizione arretrata, sulla parete di fondo. In controfacciata un soppalco ospita la cantoria, affacciata sull’aula. A terra, il pavimento in piastrelle di cotto è attraversato da due bande in lastre di marmo che marcano l’allineamento dei banchi e accompagnano lo sguardo verso il presbiterio, come binari visivi. Arredi L’assetto liturgico attuale nasce nella fase di ricostruzione successiva al sisma. L’altare rivolto all’assemblea occupa il primo livello del presbiterio, in posizione centrale e ben leggibile. Sul gradino più alto l’altare storico mantiene il legame con la tradizione, come fondale e memoria delle celebrazioni precedenti. Le nicchie con statue nella parete di fondo, l’eventuale presenza di crocifisso e arredi lignei semplici completano uno spazio che punta su equilibrio, chiarezza e riconoscibilità dei diversi fuochi: parola, eucaristia, devozione.
Troi dal Soreli

Troi dal Soreli LocalitàCoia e Bulfons AccessoDa Tarcento si raggiunge Coia seguendo le indicazioni stradali per la frazione; possibilità di parcheggio nei pressi della chiesa. L’anello può essere intrapreso anche da Bulfons. ItinerarioPercorso ad anello che collega Coia e Bulfons lungo il versante tra collina e valle del Torre: vigne, prati, brevi tratti nel bosco, guado sul rio e viste sulla valle e sul rio Zimor verso le cascate di Crosis. Cosa puoi fareL’itinerario è semplice, ben segnalato, adatto a famiglie e camminatori. Consigliate calzature da trekking e attenzione al guado dopo piogge abbondanti. Il Troi dal Soreli parte dal centro di Tarcento e sale subito alle spalle di Villa Pontoni, lungo i versanti più soleggiati delle colline. Il nome in friulano significa “sentiero del sole” e racconta i ronchi, i terrazzi esposti a sud dove da secoli si coltivano vigne, ulivi, mandorli, ciliegi e piccoli frutteti, favoriti dal clima mite della “Riviera” tarcentina. L’itinerario disegna un anello collinare semplice che alterna stradine e sentieri a mezza costa, sfiora il Castellaccio e alcune borgate, attraversa castagneti e prati e apre scorci sulla valle del Torre e sulla catena dei Musi. In poche ore restituisce l’immagine completa di Tarcento: il fondovalle, le colline coltivate e i boschi che salgono verso le Prealpi Giulie. Il percorso Dalle spalle di Villa Pontoni si imbocca la via che sale tra due alte mura in direzione di Villa Angeli. La strada prosegue come via Riviera, correndo sotto l’altura del Castellaccio, la torre diruta che sovrasta Tarcento. Più avanti l’asfalto si restringe e lascia spazio a un sentiero che taglia il versante in quota. Si entra in una fascia di vigne e frutteti esposti al sole, i ronchi che danno nome al percorso. Il tracciato continua tra campi, filari e case sparse, prima di rientrare nel bosco e risalire verso il crinale. Dal punto più alto il Troi dal Soreli inizia la discesa: attraversa castagneti e prati con belle visuali sulla valle e sui Musi, scende fino a un piccolo guado con due rii da attraversare e raggiunge la zona di Bulfons. Da qui, tra strade secondarie e tracce campestri, si torna verso Tarcento chiudendo l’anello nei pressi di Villa Angeli e di Villa Pontoni. Paesaggio e atmosfera Il cuore del percorso è il paesaggio dei ronchi: terrazze coltivate, muretti a secco, piccoli appezzamenti che seguono il profilo delle colline. La luce cambia durante la giornata e le stagioni, sottolineando i colori di vigne, orti, alberi da frutto. I tratti nel castagneto portano in un ambiente più ombroso e raccolto; dalle aperture sui prati si vedono la valle del Torre, il profilo del Monte Bernadia e la catena dei Musi. Sullo sfondo, il Castellaccio resta un punto di riferimento costante, memoria della Tarcento medioevale. È un itinerario breve ma vario, adatto a chi vuole un assaggio di paesaggio collinare senza affrontare lunghezze o dislivelli eccessivi.
Santa Teresa

Santa Teresa LocalitàMolinis, frazione di Tarcento (UD) AccessoLa chiesa si trova lungo la strada che attraversa Molinis; il sagrato è leggermente rialzato rispetto alla carreggiata. Contestol’edificio rientra nel sistema delle chiese ricostruite dopo il terremoto del 1976 nell’area di Tarcento, insieme ad altri esempi di architettura religiosa contemporanea del territorio. Per orari di apertura e celebrazioni puoi fare riferimento alle comunicazioni della parrocchia di Tarcento. La chiesa di Santa Teresa del Gesù Bambino a Molinis appartiene alla stagione della ricostruzione. Il terremoto del 6 maggio 1976 abbatte l’edificio precedente e lascia il paese senza il proprio punto di riferimento religioso. Tra il 1986 e il 1987 prende forma la nuova chiesa, su progetto dell’architetto Leonardo Miani: una costruzione essenziale, che riprende in chiave contemporanea il modello delle chiese campestri cinquecentesche. Architettura esterna L’edificio è orientato ovest–est e poggia su un sedime leggermente rialzato, accessibile grazie a un gradino che introduce al sagrato. Il complesso si presenta come un unico corpo articolato. Verso sud emerge la torre campanaria, che affianca il volume della chiesa e lo bilancia in altezza. L’aula liturgica si riconosce per la copertura asimmetrica a due falde: quella principale accompagna il respiro interno della navata, quella secondaria disegna il lato nord con un taglio più basso. Il prospetto è preceduto da un atrio profondo che funge da filtro tra strada e spazio sacro. Un grande portale a tutto sesto inquadra l’ingresso e definisce l’asse centrale, mentre sopra si apre una ampia finestra rettangolare che illumina l’interno. L’insieme parla il linguaggio di una piccola chiesa di campagna aggiornata: pochi elementi, ben leggibili, nessuna ridondanza decorativa. Architettura interna All’interno lo spazio si concentra in un’aula unica, raccolta e lineare. Il soffitto segue le falde asimmetriche del tetto e mette in evidenza la travatura lignea, che attraversa la navata e la caratterizza con un segno caldo e strutturale allo stesso tempo. Sulla parete a meridione corre una serie di finestre rettangolari impostate in alto, subito sotto la linea del tetto; sul lato opposto una parete finestrata continua diffonde una luce più morbida, che attraversa l’aula in diagonale. L’area dell’altare è rialzata di due gradini e si apre sulla chiesa come una scena. Due quinte murarie accompagnano lo sguardo verso la parete di fondo, rivestita in pietra a vista, che si distingue dalle superfici intonacate dell’aula. Qui trova posto il Crocifisso, messo in risalto dalla luce che entra da due sottili finestre ad asola laterali. La pavimentazione in piastrelle quadrate di gres marrone collega navata e presbiterio con un tono uniforme, discreto, che lascia protagonisti luce, legno e pietra. Sul lato nord del presbiterio si trova la sacrestia, tangente all’area dell’altare e collegata tramite una porta laterale. In controfacciata, sempre verso nord, è collocato il vano penitenziale, integrato nel volume principale dell’edificio. Arredi Gli arredi liturgici seguono lo stesso registro di sobrietà dell’architettura. Il presbiterio rialzato raccoglie la mensa in pietra, semplice e compatta, posta al centro della scena. L’ambone è un leggio ligneo essenziale, collocato lateralmente ma ben visibile dall’aula. La cattedra del celebrante occupa l’asse principale e dialoga con l’altare senza barriere fisiche. L’insieme costruisce uno spazio chiaro, in cui i diversi fuochi liturgici emergono attraverso materiali e luce più che attraverso elementi ornamentali. Per la visita La chiesa di Santa Teresa del Gesù Bambino sorge nella frazione di Molinis, nel comune di Tarcento, lungo la strada principale che attraversa il paese. Il sagrato, leggermente rialzato rispetto alla carreggiata, introduce al fronte con l’atrio e l’arco a tutto sesto. Il luogo rientra nel sistema delle chiese ricostruite dopo il terremoto del 1976 nell’area di Tarcento e si inserisce nei percorsi che collegano Molinis con Bulfons, il Torre e i sentieri verso la Bernadia. Per celebrazioni e aperture conviene fare riferimento alle indicazioni della parrocchia di Tarcento e alle comunicazioni diocesane.
Troi des Striis

Troi des Striis LocalitàCoia e Bulfons AccessoDa Tarcento si raggiunge Coia seguendo le indicazioni stradali per la frazione; possibilità di parcheggio nei pressi della chiesa. L’anello può essere intrapreso anche da Bulfons. ItinerarioPercorso ad anello che collega Coia e Bulfons lungo il versante tra collina e valle del Torre: vigne, prati, brevi tratti nel bosco, guado sul rio e viste sulla valle e sul rio Zimor verso le cascate di Crosis. Cosa puoi fareL’itinerario è semplice, ben segnalato, adatto a famiglie e camminatori. Consigliate calzature da trekking e attenzione al guado dopo piogge abbondanti. Il Troi des Striis è l’anello che collega Coia e Bulfons tra la collina e la valle del Torre. Il nome, in friulano è “sentiero delle streghe” e porta dentro di se le storie popolari del tardo medioevo: ronchi, boschi, notti ventose e fuochi lontani nelle alte borgate. Il percorso alterna stradine tra le case, vigne e prati a mezza costa, brevi tratti nel bosco e un passaggio sul rio da guadare in un punto. Si cammina tra gelsi, ciliegi e castagni, con scorci continui sulla valle del Torre e sul solco del rio Zimor che sale verso le cascate di Crosis. È un anello semplice, a bassa quota, ma con un ambiente molto variato: perfetto per chi vuole un giro breve con “sapore” di storia e paesaggio rurale. Il percorso Di solito si parte da Coia (zona chiesa / piazzetta), si aggira la collina seguendo le indicazioni del “Troi” e si attraversano i terrazzi coltivati, dove i vigneti cedono il passo a prati e piccoli appezzamenti agricoli. Il sentiero entra a tratti nel bosco, scende al rio, che si supera in guado, e risale poi verso l’abitato di Bulfons. Da qui l’anello chiude rientrando verso Coia su stradine secondarie e tratturi, con belle visuali sulla conca di Tarcento e, in trasparenza, sulla catena dei Musi. Il fondo è misto (sterrato, prato, qualche tratto asfaltato), senza passaggi esposti: l’elemento più “avventuroso” è proprio l’attraversamento del rio. Il Troi des strinsi è perfetto per famiglie con bambini abituati a camminare. Escursionisti “soft” che vogliono un giro facile ma non banale. Camminatori curiosi di paesaggio rurale, storia locale e piccoli borghi. Periodo ideale tutto l’anno, molto piacevole in primavera (fioriture) e in autunno (colori dei castagni e delle vigne) Suggerimenti Scarpe da trekking o trail, il guado sul rio e i tratti nel bosco possono essere scivolosi dopo la pioggia.m In estate il percorso alterna zone in sole e ombra: acqua nello zaino e cappellino non fanno mai male. Il sentiero è ben segnalato con indicazioni locali “Troi des Striis” e segnavia sui bivi; utile comunque avere una mappa o traccia GPX se vuoi esplorare varianti verso Bulfons e Crosis.
Pignarûl Grant

A Tarcento l’anno nuovo prende davvero fuoco. Sulla collina di Coia, accanto al Cjistielat, il 6 gennaio si accende il Pignarûl Grant. La fiamma illumina valle, colline e profilo del Torre, mentre migliaia di persone seguono in silenzio il responso del Vecchio Venerando, la direzione del fumo indica come andrà l’annata appena iniziata.
Monte Bernadia

La Bernadia, sopra Tarcento, è un altopiano carsico compreso tra le vallate del Torre e del Cornappo. Una fascia di boschi, radure e rilievi calcarei che cambia il modo di leggere il territorio. Dal basso appare come una montagna compatta; in quota si apre invece in una geografia più articolata, fatta di dossi, conche, margini rocciosi e punti panoramici che guardano la pianura friulana e le Prealpi Giulie.
Centro Ceschia

Centro Ceschia LocalitàCentro europeo “Luciano Ceschia” e Biblioteca civica “Pierluigi Cappello”, area ex caserma sul Torre, Tarcento (UD). AccessoDal centro di Tarcento si scende verso il fiume seguendo le indicazioni per Centro culturale / biblioteca. Parcheggi nelle vicinanze; collegamento pedonale con il centro storico. Gli orari di apertura, il calendario degli eventi e le modalità di utilizzo degli spazi (sale, servizi, prestiti) sono aggiornati nei canali del Comune di Tarcento e della biblioteca civica. Sul greto del Torre, dove un tempo lavoravano operaie di filanda e poi soldati di caserma, oggi c’è la casa dei libri e della vita culturale di Tarcento: il Centro europeo “Luciano Ceschia” con la biblioteca civica “Pierluigi Cappello”. L’edificio nasce a fine Ottocento come stabilimento produttivo a servizio del fiume e dell’energia idraulica. Nel Novecento diventa caserma alpina, punto di riferimento militare per la valle. Con la dismissione e il terremoto del 1976 il complesso entra in una lunga fase di abbandono, fino al progetto di recupero che lo trasforma in Centro europeo intitolato allo scultore Luciano Ceschia, tarcentino, tra le voci più originali dell’arte friulana del secondo dopoguerra. Il restauro conserva la struttura allungata parallela al Torre, le grandi aperture e la ciminiera, ma ripensa gli interni come spazi flessibili: sale espositive, ambienti per incontri, aule per laboratori. Un contenitore contemporaneo che mantiene leggibile l’origine industriale e militare. La biblioteca civica “Pierluigi Cappello” Nel 2010 la biblioteca civica trova qui la sua sede definitiva. Non solo uno spostamento di scaffali, ma una vera riprogettazione: sale lettura luminose affacciate sul fiume, spazi dedicati a bambini e ragazzi, emeroteca, angoli per lo studio silenzioso e per il lavoro in gruppo. Nel 2018 la biblioteca viene intitolata a Pierluigi Cappello: poeta friulano, cittadino onorario di Tarcento, legato al paese da letture pubbliche, incontri e un dialogo lungo anni con lettori e scuole. Il suo nome oggi sta sulla facciata e dentro il programma culturale: serate di poesia, presentazioni, laboratori di scrittura, percorsi di lettura che portano la sua traccia. La biblioteca conserva fondi legati alla storia locale e alla letteratura contemporanea, ospita sezioni tematiche su Friuli, montagna, memoria, oltre a una ricca proposta per bambini e ragazzi con letture animate e attività dedicate. Eventi, incontri, vita culturale Durante l’anno il Centro Ceschia è uno dei luoghi più vivi di Tarcento. Qui si tengono: — Presentazioni di libri con autori e case editrici del territorio e nazionali — Rassegne di poesia e incontri dedicati a Pierluigi Cappello e alla poesia contemporanea — Conferenze su storia, ambiente, arte, montagna — Attività per le scuole, laboratori creativi, progetti di educazione alla lettura — Serate tematiche, piccole mostre, proiezioni, momenti pubblici legati agli eventi della città La combinazione tra biblioteca, sale conferenze e spazi espositivi rende il Centro Ceschia un punto stabile per chi a Tarcento legge, studia, organizza iniziative o semplicemente vuole partecipare alla vita culturale del paese. Luciano CeschiaTarcento 1926 – Udine 1991Scultore e pittore friulano. Nato in una famiglia contadina, si forma tra botteghe artigiane e studi artistici, poi viaggia tra Jugoslavia, Svizzera e Francia prima di rientrare in Friuli negli anni Cinquanta. lucianoceschia.it